#livecoding | Intervista a Renick Bell / 2

di Giovanni Mori

[Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista a Renick Bell condotta in occasione dell’appuntamento organizzato dal collettivo Phase. Per la prima parte, cliccare qui.]

Giovanni Mori: Puoi dirmi qualcosa a proposito del tuo nuovo album? Come è strutturato? Che cosa volevi dire con le tracce incluse nel disco? Inoltre: perché hai deciso di raccogliere i brani in forma di album? Non pensi che sia una forma datata, anche se ancora largamente impiegata?

Renick Bell: In realtà, questa è proprio una delle ragioni. Molte persone ancora si relazionano con la forma d’arte dell’album. È una raccolta di lavori che probabilmente è pensata per essere ascoltata dall’inizio alla fine. Il fatto di pubblicare un album è importante, in particolare dal punto di vista della stampa specializzata, che potrebbe dire: “Bene, questa persona ha pubblicato un album, è un lavoro che dovremmo considerare visto che è più di una singola canzone o performance…” [pensa]

Ti piace quindi l’idea di una cosa racchiusa, di un progetto organico, mi sembra di capire…

Sì, un corpo di lavori racchiuso in un unico oggetto che ha avuto un processo di elaborazione durato un certo lasso di tempo. In tal modo è possibile ritenerlo una cosa seria, o qualcosa di simile. Questo è uno dei motivi per cui pubblicare un album.

Come hai strutturato il progetto? La sequenza delle tracce segue un ordine particolare, c’è un pensiero unico che sta sotto, oppure altro?

Differentemente da quanto aveva fatto Lee Gamble quando pubblicai il mio EP su UiQ, il proprietario dell’etichetta Halcyon Veil – il cui nome d’arte è Rabit – mi ha detto: “Voglio tracce brevi”. In pratica, mi ha avanzato una serie di richieste. La prima volta mi approcciò dicendomi: “Ti piacerebbe pubblicare un album sulla mia etichetta”? Al che io risposi: “Sì, potrebbe essere interessante. Cosa ti interessa?”. Discutemmo per un po’ e Rabit mi disse che la pulsazione dei brani doveva rimanere intorno ai 130 bpm e la durata non oltre i 3 minuti. È stato divertente, perché è all’incirca la durata tipica delle canzoni pop. Quindi ha aggiunto: “Sto pensando alla musica da club di Philadelphia”. È un filone con un sound piuttosto particolare. Inoltre mi disse: “Pensa in particolare a quel periodo, ma prova a suonare come se fossi nel 2050”. Così ho deciso di provarci. Mi piacciono questi tipi di limitazioni, sono interessanti. Per iniziare, ho cercato di immedesimarmi in quel contesto e ho cominciato a improvvisare. Successivamente, ho campionato alcune parti, ho suonato con strutture ritmiche diverse e infine ho registrato il risultato delle improvvisazioni.Quindi Rabit è stato anche una sorta di produttore…

Sì, in un certo senso. Mi ha dato delle idee tracciando dei limiti. Ho registrato le improvvisazioni e poi le ho modificate. Le registrazioni originali duravano tra i 15 e i 30 minuti. Ho semplicemente preso alcune parti delle improvvisazioni, quelle che ritenevo più interessanti e che pensavo potessero rientrare nei limiti dati da Rabit. Le ho modificate in modo tale che ogni traccia avesse una struttura che assomigliasse allo “stile DJ”, ovvero quello che un DJ da club potrebbe utilizzare. Così sono state costruite le tracce. In tutto ho confezionato circa 7-8 tracce e le ho inviate a Rabit, che mi ha risposto: “Benissimo. Ci siamo!”. Quindi gli ho detto: “Se ti va bene vorrei aggiungere un brano così, un altro così, per fare in modo da bilanciare l’album visto che mi sembra manchi ancora qualcosa”. Ho registrato ancora 3 tracce, portando il totale a 10. Sono rimaste in un cassetto per un lungo tempo, visto che c’è stato un grande stacco tra il missaggio finale dei brani e l’uscita dell’album. La copertina e il resto dei materiali grafici hanno avuto un lungo processo di gestazione.

Chi ha curato la parte grafica?

Un ragazzo che si chiama Jessie Osborne-Lanthier. È un musicista di Montreal. Ha molto lavoro già per conto suo. Scrive musica, ma non è un live coder. È una sorta di musicista elettronico sperimentale.

In questo caso si è dedicato alla sperimentazione grafica…

Sì, ha avuto varie indicazioni sia da me sia da Rabit. Ha lavorato su questo progetto per un lungo periodo: ci sono voluti circa 8 mesi per la versione finale. Ci sono state un sacco di false partenze. È stato un processo piuttosto stressante, per niente fluido, in realtà. Alla fine, se mi ricordo bene – doveva essere novembre o dicembre – abbiamo fatto una chiacchierata online molto lunga e all’improvviso è emersa la nuova idea. Mandai una lunghissima email a Jessie prima dell’incontro dove spiegavo cosa non funzionava nelle idee precedenti. In realtà stavo quasi per rinunciare. Lui ha pensato a lungo a quanto avevo scritto in questa email e all’improvviso gli è balenata l’idea che poi abbiamo utilizzato e che era proprio quella giusta.

Una sorta di illuminazione improvvisa!

Sì! La cosa divertente è che è stato fortunato perché questa immagine ha anche un significato profondo. L’immagine è composta di molti bottoni “Play”, quelli fatti a triangolino a cui siamo tutti abituati. Nel mio sistema, Conductive, “Play” è una delle funzioni più importanti. Infatti, ogni processo è un loop. Tali processi si avviano all’inizio della performance e dicono al sistema: “sto per fare qualcosa, cosa faccio?”. Controllano cosa c’è nel database e quindi dicono: “Bene, farò questo”. E mettono in pratica quanto scritto. Successivamente domandano al sistema: “Quanto devo aspettare?”. Così il processo entra nella funzione “Quanto devo aspettare” e scrive dei dati all’interno che corrispondono al tempo di attesa. A questo punto, il processo aspetta per il tempo prestabilito e chiede di nuovo: “Che azione devo fare?”. E così via. In sintesi, ci sono dei dati e la funzione che produce questi dati, che compie questo processo, è “Play”. Di conseguenza, l’immagine di copertina composta da tutti i tasti “Play” è una sorta di rappresentazione della performance, che è una serie di esecuzioni della funzione “Play”. Questa è ricorsiva, una ripetizione temporale, come succede anche nel software di Andrew Sorensen.

Ti riferisci a Impromptu?

Sì, a quello! Quindi è una funzione che richiama sé stessa. Viene messa in attesa dall’altra funzione che gli dice di attendere. È una costante ripetizione di “Play”, “Play”, “Play”, in maniera analoga alla struttura dell’immagine dell’album, composta da tutti questi tasti “Play”. Anche se è stato un caso. Forse proprio tale casualità è l’aspetto più divertente, cioè che sia giunto a questa soluzione attraverso il nostro processo creativo.

Hai già in parte risposto alla domanda che sto per farti. Tuttavia, te la pongo ugualmente, in caso avessi qualcosa da aggiungere. Hai composto l’album utilizzando soltanto il live coding? Oppure è il risultato di tecniche performative differenti? Mi hai detto poco fa che hai fatto lunghe improvvisazioni e poi hai selezionato le parti più interessanti.

Sì. Penso che il singolo, cioè la traccia che Rabit ha messo all’inizio, sia stata editata. Ci dovrebbe essere un sintetizzatore aggiunto sopra alcuni ritmi ottenuti con il live coding. Altre due tracce hanno alcune modifiche audio che non sono proprio live coding. Queste due, in particolare, sono quelle aggiunte in una fase successiva, perché pensavo che mancassero alcuni suoni particolari nell’album.

Hai deciso tu di fare queste modifiche, oppure il produttore?

No, sono stato io. Semplicemente sentivo che nell’insieme delle tracce c’era qualcosa, a proposito del suono, che mancava. Quindi ho deciso di aggiungere queste due tracce.

Le hai aggiunte nello studio di registrazione?

Sì. Fondamentalmente ho creato i ritmi attraverso il live coding e poi volevo aggiungere a essi una sfumatura timbrica diversa. Quindi ho aggiunto due sintetizzatori.

Infine, l’ultima domanda. Quali progetti hai per il futuro?

Ne ho un po’. Nell’immediato, devo pubblicare un altro album solista. È praticamente pronto e uscirà presto, penso. Poi, ho un album di collaborazioni. L’album solista sarà pubblicato su Seagrave. Ho già pubblicato un brano in una loro raccolta. L’altro album sarà pubblicato da Quantum Natives: sono un collettivo molto interessante e hanno anche un’etichetta discografica. Seagrave è inglese, mentre Quantum Natives è un po’ più sparsa: uno dei due proprietari è residente a Londra mentre l’altro si è recentemente trasferito a Taiwan. Quindi, ho scritto alcuni brani in collaborazione, io insieme ad altri musicisti. Ho suonato con il live coding insieme ad altri musicisti che suonavano con diverse tecniche: noise, cantanti, pianisti e creatori di ritmi. Avevo già collaborato con loro in precedenza.

Quindi, sembra proprio che il live coding stia provando a integrarsi all’interno di differenti tradizioni e tecniche musicali.

Sì, esatto. È quello che vorrei fare io. Vorrei riuscire a utilizzarlo in un insieme di musicisti.

Ci sono già vari esempi di collaborazioni tra live coder e musicisti “tradizionali”, o come vuoi chiamarli…

Sì, li puoi chiamare “convenzionali” oppure “che non fanno live coding”. Comunque sì, voglio lavorare con queste persone, registrare musica con loro e mettere tutto all’interno di un album.

Quindi pensi che il live coding sia una sorta di strumento e che possa interagire con altri musicisti?

Sì, perché no?

Io avrei finito, ma se volessi aggiungere ancora qualcosa mi farebbe piacere.

Sì, un’ultima cosa. Sto lavorando anche a un’altra collaborazione con una musicista che si chiama Joana Chicau, l’hai conosciuta?

No, purtroppo.

L’ho conosciuta a Hamilton, in Canada, durante l’ultimo ICLC. Viene da Porto. Suonava con il live coding sul browser web. In pratica, apriva una pagina web e faceva live coding sul codice della pagina web, modificandola dal vivo. Faceva questo per creare commenti poetici o politici. È anche una danzatrice. In questo momento stiamo lavorando a questa collaborazione. Il nostro intento è di far in modo che lei controlli e modifichi il mio sistema e che io faccia lo stesso con il suo. Il tutto, facendo live coding dal vivo, improvvisando.

Davvero molto interessante. Non vedo l’ora di vedere il risultato. Grazie molte Renick!

 

L’album “Wary” è scaricabile sul profilo Bandcamp di Renick Bell: https://renickbell.bandcamp.com/

Una traccia di Renick Bell è presente sulla raccolta disponibile sul sito della etichetta Seagrave: https://www.seagraverecords.com/shop/various-artists-emissions-sr047

Servizio fotografico © Phase, che ringraziamo per la disponibilità e la collaborazione.

#livecoding | Intervista a Renick Bell / 2 ultima modifica: 2018-05-29T09:56:58+00:00 da giovanni

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