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Abbasso i concerti di musica contemporanea! #1

Scherzo, ma non del tutto …e parto con un aneddoto. Nel 1973 – allora insegnavo alla McGill University a Montréal – riuscii a portare alla facoltà di musica il compositore e pianista Frederic Rzewski per una conferenza/presentazione del suo lavoro. Il giorno seguente portai lui e un suo figlio che lo aveva accompagnato a fare un giro della città.

Ad un certo punto passammo vicino a un enorme stadio da baseball. Come si sa, le partite di baseball (almeno in Nordamerica) sono accompagnate dalle esecuzioni estemporanee di un organista. Frederic disse: “Mi piacerebbe avere il lavoro di quell’organista.” “E perché?” “Così potrei intrufolarci della musica mia.”  Io ci risi su, lo trovavo un’idea bislacca. Ma più passano gli anni e sempre di più mi convinco che Frederic aveva toccato un punto importante.

Infatti nella musica d’avanguardia degli ultimi 6-7 decenni (e mi limito a quella cosiddetta “colta”) si sono viste molte e significanti innovazioni nelle teorie e pratiche compositive ed esecutive, nella sintesi sonora ecc. Molto più limitata è stata la riflessione sulle “modalità di fruizione” (termine coniato negli anni 80 dal gruppo F.lli FORMAT) , quelle ‘pubbliche’, per intenderci (e non quelle, più private, via radio, web, o da supporto). Qui vige tuttora incontrastato il primato del concerto. Pare che a questo tipo di presentazione non ci siano alternative, se non marginali. Ma facciamo un piccolo excursus.

Per il teatro – che naturalmente può comprendere musica, danza e altro – da millenni e in molte parti del mondo c’è l’usanza che la gente esca di casa e si riunisca per assistere ad uno spettacolo. Ma l’usanza di recarsi in un determinato luogo, ad una certa ora, solo per ascoltare della musica è storicamente e geograficamente molto più limitata.

La musica era praticamente sempre parte di rituali o altri tipi di spettacolo. Il concerto, così come lo conosciamo, nasce solo tra il Sette- e Ottocento ed era un’ ‘invenzione’ della borghesia.  Il contenitore concerto era pensato per e praticato con determinati contenuti, cioè il repertorio classico-romantico. E pare che con tali contenuti funzioni principalmente tuttora, anche se ogni tanto ci sono timide ‘iniezioni’ di musiche del primo Novecento.

Se vogliamo scomodare McLuhan con il suo “The medium is the message” potremmo dire che il “messaggio” del “medium concerto” è che lì è possibile bearsi nell’ascolto di brani già sentiti decine di volte.  Voler imporre all’ascoltatore medio – avvezzo a quel messaggio – massicce dosi di musica contemporanea è un po’ come presentare al tifoso, venuto allo stadio per seguire una partita con la squadra del cuore, della ginnastica ritmica.

E infatti di solito i concerti di musica contemporanea – sia strumentali/vocali, sia acusmatici – hanno difficoltà ad attiirare un pubblico quantitativamente  paragonabile a quello dei concerti ‘normali’. Va aggiunto, en passant, che anche l’esecutore tipo preferisce di gran lunga esibirsi in un brano che il pubblico conosce bene per evidenziare la sua interpretazione ‘originale’.

Sorprende che i sociologi della musica, anche quelli di sinistra, che dovrebbero essere attenti agli aspetti strutturali (come si diceva), non hanno affrontato questo conflitto tra contenitore e contenuto.

(cont.)

Commenti:

  • Ma… oggi ci sono diverse altre modalità di fruizione ormai piuttosto consolidate: dal rave, all’ambient concert, all’installazione, agli sleeping concert, agli eventi in senso lato , come gli eventi-fiume in cui il pubblico può flure liberamente o muoversi tra vari ambienti. Non parliamo poi della “walkman”musica e della fruizione acusmatica in genere. Di queste modalità credo si sia parlato ormai a lungo e ci sia un certo numero di libri e articoli, sia dal punto di vista sociologico che anche in prospettiva storica. Certo per fare questo bisogna innanzitutto uscire da una definizione tradizionale di musica “classica” (contemporanea o meno) per arrivare a una fenomenologia della fruizione musicale a tutto campo. Questo è il vero problema a mio modesto parere ed è quello, ad esempio, che fa “delirare” un Frova sulla naturalità della musica classica o meno, senza tener conto di tutta l’amplissima fenomenica di generi, tipologie, stili e quant’altro nella musica ascoltata oggi.







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