finestresonore~ | Sullo strumento: il gesto

di Federico Pipia

[Articolo in risposta a Gesto, materia, approccio: considerazioni sullo strumento musicale informatico di Francesco Vogli]

Premessa: Userò il termine “strumento digitale” (e non genericamente elettronico o elettroacustico) per riferirmi al computer come tramite per la generazione/elaborazione/riproposizione in tempo reale di eventi sonori.

Credo che nell’affrontare il rapporto tra musicista e strumento si ponga un problema a monte, che non è cosa sia la musica, ma cosa sia la fruizione musicale, ovvero se il fare musica sia legato esclusivamente alla fruizione musicale. In particolare è a mio avviso importante capire, da un lato, se ciò che porta il musicista a suonare sia il rapporto con uno strumento o la possibilità di creare dei suoni, e, dall’altro, quale sia l’importanza di questo rapporto per l’occhio esterno del fruitore.
Cominciamo col dire che, da una certa prospettiva, l’idea stessa che possa esserci un “occhio” esterno in un’esecuzione musicale si contrappone a un’idea di musica puramente fenomenica (un evento senza filtri, l’informazione in sé e il suo rapporto diretto con la coscienza), perché l’associazione tra il gesto fisico del musicista e l’evento sonoro scaturito (in quest’ordine e non al contrario) crea uno specchio ricettivo che complica la fruizione dell’informazione musicale. Ovvero: se un insieme di fonemi è un potenziale tramite per le parole, il gesto, visto come causa del suono, diventa un tramite per la musica. In questo senso la musica, ovvero “il suono intenzionalmente musicale”, riesce a diventare un’informazione indiretta, nello stesso modo in cui (anche se secondo predisposizioni diverse) il martello di un fabbro è causa di un impulso metallico. Comprendendo che possa sembrare una speculazione nebbiosa ai fini di un ragionamento sulla fruizione, cercherò di esporre le ragioni pratiche di quanto detto nell’affermazione che segue: l’esperienza acusmatica non sarà mai tale fintanto che rimarranno accese le luci d’emergenza.

Nonostante i tentativi di scurire i teatri e le sale da concerto, c’è sempre una penombra che emerge dal buio segnando indelebilmente una mente sinestetica e creando nella memoria un’associazione volontaria, o involontaria, tra campo visivo e discorso musicale. Ma ha senso parlare di “sinestesia” quando la prima intenzione nello sguardo di chi assiste a un concerto è quella di ricercare l’origine dei suoni che sente? Forse non a caso, per descrivere la dissociazione sensoriale tra evento ascoltato e visto in un contesto acusmatico, Raymond Murray Schafer (Sarnia, Canada, 1933) ha coniato il termine schizofonia?

Cito una frase iperbolica presente nell’articolo di Francesco Vogli, dove si chiede se sia possibile “che fra 1000 anni avremo una padronanza estremamente più sofisticata dello strumento elettronico (intendendo digitale)”: non è nel numero degli anni che si pone il problema né nella velocità dello sviluppo tecnologico, quanto più nell’idea di strumento come “oggetto risonante”; altrimenti si ridurrebbe tutto a una questione di grandezza: basterebbe un controller digitale più visibile che associ un gesto ampio a un suono diretto per risolvere ogni distanza con gli strumenti tradizionali.

Il quesito che invece ritengo interessi questa indagine risiede nella fisicità del gesto, dove però per “fisico” si intende non solo il musicista ma anche lo strumento in sé. Insomma: l’attrazione dello strumento nella sua apparente limitatezza sembrerebbe consistere nella possibilità di esplorazione timbrica sull’oggetto fisico, risonante, materico. Il tentativo è quindi quello di controllare e piegare una materia (lo strumento) per controllare e creare altra materia (le onde acustiche), mentre nello strumento digitale, per quanto complesso e fisicamente impegnativo possa talvolta essere, si può soltanto controllare la seconda materia, cioè quella acustico-musicale (che peraltro non potrebbe esistere in assenza di altoparlanti).

Nel video che segue si può notare una particolarità: questi strumenti analogici vengono suonati con lo stesso approccio di un live electronics, fino al primo contatto diretto col nastro a 1:53.

Jérôme Noetinger & Sec live @ La Cave 12, Genova (2015):

Tornando adesso al quesito iniziale, “cosa porta il musicista a suonare: la musica che viene prodotta o il rapporto con lo strumento?”, la risposta potrebbe apparire ovvia: entrambe le cose.
Sembra però chiaro che, se da una parte i sistemi digitali (e prima quelli elettronici) hanno messo in crisi l’unico modo che è sempre esistito per fare musica, suonarla, dall’altra non hanno messo in crisi il paradigma fondamentale della musica dal vivo: vederla.
Rispondere quindi al problema degli strumenti digitali significa in parte rispondere a questa domanda: cos’è il gesto? 
È importante ripetere che il gesto non va inteso come gesto fisico in sé, ma come associazione mentale che parte dall’evento sonoro per richiamare le qualità fisiche dell’oggetto risonante e la modalità con cui questo è stato messo in vibrazione. Il gesto è quindi nel suono e contiene in esso la sua causa fisica. Da questa prospettiva, se torniamo all’idea che lo strumento digitale possa piegare solo la materia acustico-musicale, ci accorgiamo che quest’ultima le include entrambe perché la materia acustica contiene in sé il gesto.

Il suono di una chitarra è dunque già una chitarra, ma suonare una chitarra non è come suonare un giradischi e, affinché quanto detto possa applicarsi agli strumenti digitali, è necessario ammettere che questi siano costruiti in modo libero e “fallibile”, imperfetto e manovrabile, un live electronics rischioso che “imponga” una tecnica come la impone uno strumento acustico. Questo è, credo, un ponte possibile tra due mondi strumentali distanti. Rimane in entrambi i casi la ricerca di possibilità timbriche sconosciute e variabili, il controllo dell’evento sonoro scaturito e il rapporto tra azione fisica (per quanto poco visibile) e avvenimento musicale. 

Ma cosa è lo strumento al di là del gesto?

[artwork © Agnese Banti e Andrea Trona]

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La rubrica finestresonore~ racconta l’identità molteplice di persone, approcci, opinioni e interessi all’interno del campo della musica sperimentale e delle arti sonore che dà vita a Elettronica Collettiva Bologna~, ovvero un pensiero musicale e una realtà collaborativa nati nella Scuola di Musica Elettronica del Conservatorio G.B. Martini di Bologna.

finestresonore~ | Sullo strumento: il gesto ultima modifica: 2021-01-28T19:21:36+01:00 da Luisa Santacesaria

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