Alvin Lucier: music for solo performer

di Marco Baldini

Nel 1965 Alvin Lucier non riusciva più a comporre. I due anni (1960-1962) trascorsi in Europa, dove aveva potuto confrontarsi con la musica classica contemporanea europea, l’avevano cambiato profondamente. L’esperienza l’aveva lasciato ricco di stimoli ma con molti dubbi e perplessità su quello che  avrebbe desiderato realizzare come compositore.[1]

Fu in questa condizione di totale spaesamento creativo («My mind was a blank, which was good because then I could let ideas into it unobstructed by previous notions of what music should be»[2]) che, alla Brandeis University di Waltham, Massachusetts, dove dirigeva il coro universitario, Lucier incontrò Edmond Dewan, uno scienziato che lavorava per l’aereonautica militare che era anche un’organista dilettante. Dewan aveva provato senza successo a proporre una collaborazione ai compositori della Brandeis per l’utilizzo, a scopi musicali, del suo apparato per la decodificazione delle onde cerebrali.

Lucier era però ben contento di accettare la proposta di Dewan. Prese così in prestito il suo amplificatore differenziale e iniziò a lavorare (soprattutto di notte in modo da non avere interruzioni) nello studio di musica elettronica che era ospitato nei sotterranei dell’università.

Lucier applicò ai suoi lobi occipitali degli elettrodi che collegò tramite l’amplificatore a un magnetofono e a un altoparlante. Le onde cerebrali amplificate da Lucier sono le cosiddette onde alfa, le onde basali dell’elettroencefalogramma, anche dette onde Berger dal nome del neurologo tedesco che le scoprì. Le onde alfa sono oscillazioni neurali che hanno una frequenza fra gli 8 e i 13 Hz e si registrano durante uno stato di rilassamento a occhi chiusi. In Music 109: Notes on experimental music, Lucier racconta che, dopo un’iniziale difficoltà, imparò a riconoscere quando stava producendo onde alfa: «Le onde alfa sono mono. All’inizio non potevo distinguere il rumore dalle onde alfa. Guardavo l’indicatore di volume sul magnetofono. Le onde alfa oscillano fra gli 8 e i 12 cicli per secondo in maniera abbastanza regolare ma in scoppi irregolari. Decelerano e accelerano un poco, aumentano e diminuiscono di volume. Il rumore elettrico è più complesso e costante. Abbastanza presto mi accorsi di stare producendo onde alfa. Per lasciarle andare si suppone di dovere essere in uno stato rilassato e meditativo ma io imparai a controllarle con relativa facilità».[3]

Nonostante i colleghi compositori della Brandeis gli consigliassero di registrare su nastro magnetico le onde alfa per poi manipolarle elettricamente in studio, Lucier ritenne molto più interessante utilizzarle per allestire una performance.[4] Infatti, «una persona che siede da sola davanti al pubblico con elettrodi applicati alla sua testa, a occhi chiusi, era teatralmente più emozionante che ascoltare suoni che provengono da degli altoparlanti».[5]

Mentre lavorava al pezzo, Lucier fu colpito dalle escursioni di volume provocate dalle onde alfa nei coni degli altoparlanti, che si muovevano a volte per più di un centimentro: «le escursioni dei coni degli altoparlanti erano tali da sembrarmi pistoni che si muovevano velocemente avanti e indietro».[6] Decise così di costruire il suo pezzo proprio su questa caratteristica utilizzando il movimento dei coni provocato dal segnale delle onde alfa per percuotere e far suonare strumenti a percussione.

Per la prima della performance Lucier si procurò 16 percussioni più o meno canoniche: rullanti, grancasse, timpani, gong, un pianoforte, un cestino della spazzatura e una scatola di cartone. Gli strumenti furono disposti tra i due piani del Rose Art Museum della Brandeis University e gli altoparlanti vennero posizionati vicini o a contatto con le percussioni, in modo che quando i segnali prodotti dalle onde alfa avessero iniziato a fluire gli strumenti iniziassero a risuonare, ognuno con le proprietà timbriche che gli appartenevano.

La cosa interessante era che per far sì che un gong suonasse era necessaria più energia che per far suonare un rullante, era quindi insito nel sistema della performance che fossero gli strumenti stessi a determinarne il funzionamento: si doveva attendere un forte impulso di onde alfa per far suonare il gong, ma gli altri strumenti rispondevano tutti in maniera differente agli stimoli delle onde.[7] Il sistema di amplificazione consisteva in otto preamplificatori connessi a catena: l’output di uno era mandato nell’input dell’altro e così via. L’output dell’amplificatore differenziale era connesso all’input del primo preamplificatore. La performance si strutturava in maniera semplice ma suggestiva: Lucier si sedeva e iniziava a applicarsi gli elettrodi poi, lentamente, come le onde alfa iniziavano a essere prodotte i coni degli altoparlanti iniziavano a muoversi facendo suonare gli strumenti. Per questa prima esecuzione la regia sonora fu affidata a John Cage, che in realtà si limitò a gestire il volume degli altoparlanti. Infatti, per questa prima performance non fu utilizzato un mixer essendo gli altoparlanti connessi a catena. Si trattò quindi di una regia sonora molto essenziale, che del resto era quello che Lucier voleva. Il compositore ricorda infatti: «John Cage passava senza pensare da un canale all’altro, che era il modo in cui doveva essere. Non volevo costruire nessun climax. Non volevo che il pezzo crescesse. Non volevo che avesse la struttura di un pezzo con un crescendo. Cage si limitava a alzare un volume e  – Trum bum bum bum. Tirava su un altro volume e partiva un suono differente. Il suo modo di suonarlo era magnifico. Non era drammatico».

Inizialmente Lucier avrebbe voluto che il pezzo non durasse più di 8 minuti ma Cage insistette perché la durata fosse di almeno 40 minuti. Nonostante la ricezione della prima performance sia stata contrastante, Music for solo performer segnò un puntò di partenza fondamentale sia per la ricerca musicale di Alvin Lucier che per la pratica della musica sperimentale in generale.

Questo pezzo fu il primo di una serie di lavori che tennero occupato Lucier fino agli inizi degli anni Ottanta. Le opere realizzate successivamente dimenticavano volutamente sia la strumentazione tradizionale quanto la prassi elettronica che andava istituzionalizzandosi in ambito accademico; i nuovi lavori abbracciavano, infatti, una ricerca curiosa e talvolta bizzarra tutta improntata a una minuziosa esplorazione dei fenomeni acustici tramite sistemi elettronici specialistici, congegni auto costruiti per l’ecolocazione, vocoder, oscillatori e magneti. Portando avanti questa ricerca, Lucier compose pezzi sperimentali e performativi come North American Time Capsule (1966), I’m sitting in a room (1969) – la cui genesi è curiosamente sempre legata alla figura di Edmond Ewan –, Vespers (1969), The Duke of York (1971), Bird and Person Dyning (1975), Clockers (1978) e molti altri.

A partire dagli anni Ottanta, strumentisti tradizionali iniziarono a chiedere a Lucier di scrivere pezzi per loro: «Fui contento di accontentarli e ricercare per loro modalità per esplorare le naturali caratteristiche del suono con i loro strumenti in modo analogo ai miei precedenti lavori con l’elettronica. Da allora ho realizzato una serie di lavori per esecutore solo, ensemble e orchestra che utilizzano il fenomeno del battimento come componente strutturale». Lucier ha continuato  però a comporre anche musica per oggetti sonori non convenzionali, come i feedback naturali generati in contenitori vuoti di vetro (per esempio nel suo lavoro Empty Vessels, del1997).


Alvin Lucier, Music for solo performer, L’Aia (2010).

[1] A. Lucier, Music 109, notes on experimental music, Middletown 2012. A proposito della compagine accademica europea Lucier afferma: «Even though I admired most of it I realized that it wasn’t for me. It was too European. If I imitated it I would only be talking in a dialect»: ibid., p. 51.

[2] Ibid., p. 51.

[3] Ibid., p. 52.

[4] «All my colleagues at Brandeis, they thought it was kind of something. The idea of using alpha waves for a piece wasn’t very interesting. They thought it was kind of, I don’t know what they thought. One of them said, “You should record the sound of your brainwaves, Alvin, and make a tape piece out of it.” I thought, that’s not important. What’s important, try to generate alpha before an audience. You’ve got to do it live»:  A. Lucier, Public Talk al Red Bull Music Award Festival a New York (2017), a cura di T. L. Burns.

[5] Lucier, Music 109, p. 52.

[6] Ibid., pp. 52, 53.

[7] Lucier, Public Talk al Red Bull Music Award Festival, New York.

 

 

Alvin Lucier: music for solo performer ultima modifica: 2019-11-05T19:07:28+00:00 da Luisa Santacesaria

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