TRK. Sound Club | Intervista a Mario Gabola

di Luisa Santacesaria e Giulia Sarno

[Abbiamo intervistato Mario Gabola in occasione della sua performance dello scorso 21 marzo per TRK. Sound Club alla Galleria Frittelli Arte Contemporanea di Firenze. Foto © Simone Petracchi (The Factory prd)] 

Qual è la tua formazione musicale? E come sei passato dal sax a espandere il tuo campo d’azione all’elettronica? 

La mia formazione è stata un po’ strana: è una deformazione, volendo. Dai 12 anni ai 20 ho suonato il sassofono nella banda, perché nel posto da dove vengo – la provincia di Salerno, ma in tutta la Campania, e anche in Puglia – c’è una forte tradizione di bande musicali, di marce legate a feste e funerali; è una tradizione molto bella, molto interessante.  Ho suonato in queste situazioni studiando anche un po’ di solfeggio, ho imparato a leggere e, finito il liceo, sono andato a Napoli a studiare. Dopo un po’ ho abbandonato lo strumento e mi sono concentrato sull’università. Nel frattempo, portavo avanti passioni musicali molto disparate. Ascoltavo dalla roba più sperimentale a cose molto diverse che non avevano niente a che fare con la strumentalità: elettronica, industrial, metal… Ho ascoltato di tutto. Infatti, quando ho cercato di mettere insieme queste cose, ho abbandonato lo strumento perché non trovavo più un corrispettivo per i miei gusti musicali che erano cambiati nel tempo. A Napoli c’erano due negozi fondamentali per chi vuole farsi un’idea di quello che è stata Napoli e di quello che è Napoli adesso: uno era il vecchio Flying Records, e poi c’era Demos, che adesso è Oblomova. Questi due negozi erano gestiti da persone che ne sapevano tantissimo di musica. In particolare, la Flying aveva un legame con il jazz contemporaneo, poi c’era anche il metal… insomma, sentivo un sacco di musica e compravo tanti dischi. Invece in via San Sebastiano c’era Demos, un negozio storico, e quello era un mondo assurdo: quando ci sono arrivato io c’era già internet e iniziava il download illegale, e quella realtà andava già a morire. Infatti, dopo un po’ hanno chiuso. Sì, io ci sono arrivato proprio nel momento in cui stavano per finire. Lì c’erano cassetti pieni di roba assurda: se Flying era il trampolino per le cose strane, da Demos avevano tutta la scena industrial, post-punk, o la parte più sperimentale della techno, che era una scena vivissima alla fine degli anni Novanta a Napoli. C’era anche uno spazio enorme dedicato a tutta la musica improvvisata, dagli AMM fino alla musica contemporanea americana. Quando ho scoperto quelle cose sono rimasto scioccato e sono cambiato. Ho cominciato ad ascoltare musicisti come Evan Parker, tutta l’area tedesca, Peter Brötzmann… e poi all’epoca c’erano gli Zu che erano diventati famosissimi, erano riusciti a imporre un immaginario abbastanza diverso. Pian piano, ascoltando questa roba, ho iniziato a studiare da solo il sassofono, o meglio, ho ripreso il sassofono, mi sono messo a provare tutti i giorni, in casa, di fronte allo specchio; mi serviva un posto dove ci fosse un riverbero particolare per ascoltarmi bene in tutte le cose, e da lì ho cominciato a sviluppare delle idee con il sax. Successivamente, ho fatto degli incontri abbastanza importanti: già alla fine del 2008-2009, ad esempio, tramite Fabrizio Spera, siamo riusciti a organizzare a Napoli un concerto di Jack Wright, un sassofonista americano che ha cominciato a suonare alla fine degli anni ’70 con un approccio allo strumento veramente particolare, una capacità di incrociare generazioni di musicisti con linguaggi completamente diversi; soprattutto, Jack Wright non basa l’incontro – e questa è una cosa per me molto importante – sul fatto di avere una sensibilità musicale condivisa. Sempre a proposito di incontri importanti, ho incontrato poi quelli che adesso sono gli A Spirale, e anche loro mi hanno “deviato”, e mi hanno aiutato anche a sbloccarmi rispetto a una serie di problemi che avevo con lo strumento: a un certo punto non lo sopportavo più, lo strumento in sé mi dava un fastidio pazzesco. Poi ho incontrato Mimmo (SEC_): ascoltavamo entrambi l’improvvisazione radicale inglese e tutto quello che è venuto dopo, e avevamo l’idea comune di mischiarla con la roba noise, che era comunque una sfera caratterizzata da un forte impatto. Pian piano siamo passati dal free a cose ipercinetiche. Nel frattempo, ho conosciuto Agostino Di Scipio, con cui sono riuscito a portare avanti un discorso sui feedback che, all’epoca, non era facile. E tramite Agostino, al di là della questione musicale, ho sviluppato anche un pensiero rispetto all’uso dello strumento in generale – e non mi riferisco solo al sax, ma a tutto quello che si manipola. Era una cosa che condividevo con lui, anche attraverso i miei studi di scienze ambientali: la base teorica, la nuova ecologia, l’ecologia profonda erano le stesse di Agostino e dei suoi ecosistemi udibili, di quel pensiero ecologico e declinato in senso musicale; io, invece, l’avevo sempre vista più in una dimensione di ricerca, ma ero molto affascinato da lui. Lui mi ha anche passato un approccio più marxista alla musica: ho iniziato a pensare che non potevo suonare una cosa senza saperla costruire. Pian piano mi sono buttato nell’elettronica autocostruita, nei feedback interni sul mixer (il feedback, d’altronde, è un concetto che viene dalla cibernetica). Avevo un approccio molto intuitivo all’inizio, mi ispiravo un po’ ai gruppi delle etichette Free Music Production, Emanem, For 4 Ears, e Grob. Mi interessava acquisire una consapevolezza maggiore sull’elettronica, e quindi mi sono messo a studiare un po’ i circuiti, anche grazie ad altri incontri, come per esempio Andy Bolus (Evil Moisture) e Andy Ghul dei VoiceCrack. È un percorso molto asistematico, il mio: non ho un approccio professionale alla cosa. Sento di essere più un artigiano, non ho un approccio di controllo ingegneristico. Il sax certamente è uno strumento che ha tante potenzialità e può essere esplorato moltissimo, soprattutto lontano dall’ortodossia, dai canoni diffusi del jazz, dell’improvvisazione. Ci sono cose sulle risonanze del tubo che ancora non sono state per niente indagate, anche solo a livello acustico. Così come si può ancora lavorare molto sulla commistione tra l’uso della voce e le risonanze del tubo. Ci vorrebbe il tempo e la testa per farlo, voglio dire, intuisco che ci sono queste strade perché ho ancora molta passione per questo strumento. Nell’ultimo periodo, grazie al mio lavoro con l’elettronica, mi sono messo a suonare con musicisti che fanno musica hip hop e cose di questo tipo: lì nascono cose assurde. Anche chi viene da quel mondo viene influenzato, si cominciano a rimescolare le carte e non si capisce più niente, il che secondo me è un’ottima cosa. Per esempio, è successa una cosa del genere con il progetto Genital Warts, che nasce dalla condivisione tra me e Renato Grieco della passione per certi tipi di musiche non canoniche, e che si è sviluppato con l’incontro con un beatmaker molto anomalo, Guido “Eks” Marziale, che si è lasciato trasportare in dimensioni che poi ha fatto sue (l’utilizzo del no-input, dei nastri), e che mischia con l’hip hop. Abbiamo fatto tour bellissimi insieme, suonando in posti dove andavamo avanti a suonare tutta la notte, in spazi che ci venivano lasciati… Sono cose che non si possono fare più oggi, c’è molto più controllo e restrizioni da parte della polizia. Noi siamo stati fortunati perché suonavamo in spazi occupati, dove avevano ricreato delle dimensioni in cui si tendeva a tutelare la libertà creativa, che è una cosa importante da tenere in considerazione: cioè, l’aspetto politico di quello che si fa. Non è facile oggi, i tempi non sono facili.

Ci parli del set in solo che proponi per TRK. Sound Club alla galleria Frittelli?

L’idea è di fare due cose diverse. Il canovaccio di unione tra le due cose è uno studio sul feedback. La prima parte è elettronica, basata sul feedback interno del mixer, quindi il no input, che è una tecnica che viene usata in vari ambiti. A me interessa principalmente perché, fatta in un certo modo e aprendo le catene che vengono convogliate nel no input, si possono generare possibilità di variazione sonora molto ampie.  La seconda, invece, è basata sul Larsen fisico del sax in feedback. Ma è un periodo che sto sperimentando anche con dei sensori, cose molto semplici e molto economiche, che ho intenzione di mischiare alla roba elettroacustica. Proverò a fare qualcosa, è da poco che ci sto sbattendo sopra, però il risultato è interessante, e sono convinto di andare sempre di più in questa direzione.

LS: La scena di Napoli ci sembra molto vivace in questo momento. Ne ho parlato di recente con Mimmo (SEC_), che mi ha disegnato una sorta di albero genealogico. Ce ne parli?

Non ti nego che adesso ne parlo con molta tranquillità, ma ho avuto molta difficoltà a parlare della “scena” di Napoli.  Adesso, per fortuna, le estetiche del contemporaneo si sono diffuse così tanto che parlare di “scena di Napoli” come se ci fosse un deus ex machina dietro non ha senso, è un’idea che va messa da parte.  Però è vero che ci sono molti musicisti amici che fanno delle cose molto interessanti, e ho già fatto qualche nome. Secondo me, se uno volesse trovare un’origine di questa cosa, i due personaggi fondamentali sono Maurizio Argenziano e Francesco Gregoretti.  Loro sono stati quelli che in qualche modo hanno saputo estendere delle possibilità e, allo stesso tempo, si sono fatti influenzare, quindi non stiamo parlando necessariamente di “padri”. Napoli è una città che ha sempre avuto realtà che cercavano di andare oltre il discorso del mercato classico della musica o della “piacioneria” a tutti i costi (Napoli viene anche rappresentata in questo modo, a volte, e per fortuna non lo è per niente).  Loro due sono stati grandi: Francesco alla fine degli anni ‘90 suonava in questo gruppo che si chiamava One Starving Day, facevano già all’epoca una roba slowcore tipo Neurosis, abbastanza anomala per quei tempi in una città come Napoli. Maurizio, invece, suonava nei Missselfdestrrruction (etichetta Snowdonia), una band di quattro elementi con la tromba, che ricordavano molto The Ex. In qualche modo avevano già delle propensioni verso certe musiche sghembe. Entrambi erano un po’ degli outsider rispetto alla scena precedente dell’area contro-culturale, sperimentale, underground di Napoli, però sono stati molto bravi nel condividere molte cose e nel fare in modo che queste esperienze si espandessero sempre di più. Questo succedeva subito dopo la chiusura del Tien’a’ment, un posto in cui sono passati gruppi di tutti i tipi (comunque molto interessanti su certa storia di Napoli sono i due libri Full Time Blues di T. Festival e L’edificio occupato di A. Bostik Casale).
Loro durante questo vuoto sono stati capaci di mantenere un ponte rispetto a quella esperienza, perché andavano a vedersi i concerti in quegli spazi. Queste sono dinamiche fondamentali: perché un gruppo di persone faccia delle cose interessanti, ci vuole più che una scena. Ci vuole un contesto in cui le persone possano apprendere gli strumenti per poter organizzare delle cose, per capire come poter farle funzionare. Non c’è una regola fissa.  Maurizio Argenziano e Francesco Gregoretti hanno avuto la capacità di mantenere uno spazio (una sala prove), e lì in qualche modo far passare gente che faceva cose, anche per una pura questione di amicizia, senza nessun interesse. Adesso, loro due suonano anche insieme, in un progetto molto bello che si chiama Grizzly Imploded. Da lì sono derivate tante cose: dal 2005 al 2011 noi abbiamo organizzato Altera!, che era un festival auto-organizzato, senza fondi, itinerante (lo facevamo a Salerno, a Napoli, ad Avellino), un mese intero di programmazione in cui c’erano un sacco di persone, piccoli nuclei che organizzavano cose interne a questo contenitore. Poi è cominciato Flussi, con un taglio più sui nuovi media e le installazioni, che però includeva anche noi, con la roba più legata alla musicalità improvvisata, alla sperimentazione di area noise.  Adesso le accademie, il Conservatorio, stanno spingendo talmente tanto che di ragazzi che fanno cose ne escono tantissimi; ormai ho perso pure i contatti con alcuni di loro, non so esattamente quel mondo come si stia muovendo, ma si incontrano persone veramente in gamba, persone che si mettono molto in gioco in quello che fanno.  Dalle nuove generazioni non so cosa aspettarmi. Il problema è pure questo, che cosa lasci a chi viene dopo. La cosa interessante di tutte queste esperienze è il fatto di provare a fare delle cose, di essere convinti di farle, anche senza un’economia che ti sostiene, strutture che ti sostengano. Adesso c’è anche La digestion, che è un festival vero e proprio, con degli spazi comunali. Ma per me la cosa interessante è un’altra, se uno vuole provare a leggere questa “scena”, che comunque per me non esiste…

LS: È una cosa che si vede da fuori, secondo me. Poi possiamo non chiamarla “scena”, ma il fatto che esistano queste realtà a Napoli fa capire che è una città viva da quel punto di vista. Ci sono cose molto diverse, in cui tu sei spesso coinvolto. Le realtà di cui mi parlano persone come SEC_, o Renato Grieco, sembrano far parte di una specie di famiglia, di una rete di persone che si è incontrata e si è combinata in forme diverse, con interessi mai egoisti ma di condivisione di esperienze, e che ha portato a cose anche importanti. Vuol dire che c’è tanta sete.

Certamente, anche il fatto che quando organizziamo dei concerti vediamo arrivare un sacco di ragazzi giovanissimi, che non necessariamente bazzicano l’area dell’arte, è una cosa molto bella. È fondamentale e vitale il fatto che si incontrino persone che vengono da estrazioni musicali svariate, persone di ogni tipo, dall’appassionato d’arte a chi viene dalla techno, o dal punk, o dall’hard core. Questo perché nell’organizzazione si sono incontrate persone molto diverse, che hanno affinità anche da un punto di vista esistenziale. Il limite del professionismo oggi forse è proprio questo: il fatto che, vuoi o non vuoi, è nella natura dell’economia della cultura che questo mondo tende a chiudersi; come, per esempio, ho l’impressione che succeda in posti come Berlino.

Hai dei progetti futuri che ci vuoi raccontare?

Sono due in particolare.  Uno è il duo con Utku Tavil, un batterista legato a Multiversal, un’altra realtà interessantissima. Abbiamo fatto un giro a settembre, il progetto si chiama Guaio Eterno. L’altra cosa che invece è più vicina, a maggio, è un tour con il batterista Chris Cogburn di un paio di settimane, nord Italia, Francia e Svizzera. Della nostra collaborazione con Maurizio Argenziano uscirà un disco per Insubordination, l’etichetta di d’incise. Sarà qualcosa che coniugherà la ricerca sui vari strumenti, sugli effetti di risonanza, e il feedback.

 

TRK. Sound Club | Intervista a Mario Gabola ultima modifica: 2019-04-09T06:46:02+00:00 da Luisa Santacesaria

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