Di cosa parliamo quando parliamo di “conduction”

di Elio Martusciello

[Il Tempo Reale Festival 2019 “Borderscape” (Y) ospita un doppio appuntamento dedicato alla conduction: un workshop rivolto a musicisti elettronici e strumenti (30 settembre > 2 ottobre) e un concerto (2 ottobre, Limonaia di Villa Strozzi). Entrambi gli eventi sono a cura di Elio Martusciello, compositore e docente di musica elettronica e nuove tecnologie presso il Conservatorio “S. Pietro a Majella” di Napoli. Abbiamo chiesto a Elio Martusciello di scrivere per noi una breve introduzione alla tecnica della conduction]. 

La tecnica della “conduction” si caratterizza per il tentativo di fondere assieme la pratica orchestrale e quella improvvisativa, utilizzando però un sistema di segni che si emancipi dalla forma dello spartito (anche se esistono molti casi ibridi che non disdegnano di implementarlo). Spesso si utilizzano le mani per comunicare all’orchestra questi segni, ma talvolta vengono adoperati altri dispositivi, anche di natura tecnologica. In molte delle tecniche di “conduction” chi comunica questi segni all’orchestra è il “conductor”, una sorta di direttore d’orchestra che funge da “improvvisatore guida” esterno all’orchestra. La presenza di un “conductor” è praticamente quasi sempre necessaria, anche quando la “conduction” prevede una forma di conduzione tra i musicisti stessi che compongono l’orchestra. Le principali qualità che scaturiscono da queste pratiche di “conduction” a mio avviso sono le seguenti:

  • La possibilità di costruire un’esperienza musicale che non sia il risultato di un’idea di un solo individuo (solitamente a questo principio risponde la figura del compositore), ma di una più corale e complessa interazione tra tutti i partecipanti. Quindi, il “conductor” non deve tanto privilegiare una sua idea musicale, ma piuttosto deve dialogare con l’orchestra, accogliendone le istanze musicali e provvedendo quasi esclusivamente a definirle sul piano dell’orchestrazione. Ovviamente, da buon improvvisatore, egli stesso può e deve rilanciare idee musicali: è un elemento dell’orchestra, del discorso musicale e non un corpo estraneo.
  • La ricaduta sul piano umano e sociale che si ottiene grazie alla cooperazione e alle responsabilità individuali necessarie per la costruzione del discorso musicale in un regime di improvvisazione libera; una pratica quest’ultima che invita ad accogliere le differenze e a dialogare con esse. Questo altissimo grado di reciprocità in un contesto senza limiti di generi, strutture o gerarchie è altamente coesivo sul piano umano.
  • La verifica e lo sviluppo delle qualità improvvisative individuali in un contesto in cui si opera spesso con un numero di componenti di gran lunga superiore a quello che solitamente richiede la prassi improvvisativa tradizionale, il cui numero ideale, a detta di tantissimi musicisti autorevoli che operano in questo campo, è il numero tre (un classico).
  • La possibilità di estendere ad un organico strumentale ampio, e di orchestrare in maniera più complessa e raffinata le idee musicali singole che in un contesto improvvisativo tradizionale rimarrebbero circoscritte all’espressione di un unico strumentista.
  • L’occasione per un musicista elettronico di valutare, ed eventualmente arricchire, il proprio dispositivo elettronico in direzione del comportamento strumentale e della produzione sonora che il conduttore può richiedere grazie al suo sistema di segni. Non solo, per il musicista elettronico si rivela un test impegnativo anche in termini di emancipazione del proprio dispositivo, passando eventualmente da un controllo di tipo quasi esclusivamente visivo ad uno di tipo più tattile (cosa comune a tutti gli strumenti musicali tradizionali).
  • La possibilità di costituire una grande orchestra che però sul piano della struttura e dell’organizzazione resti estremamente agile e modulabile. È possibile infatti ottenere dei risultati di notevole qualità e impatto musicale anche con orchestre assemblate qualche ora prima di un concerto; anche se in questi particolari casi spesso il ruolo del conduttore diviene molto più impegnativo e determinante sul piano del discorso musicale.

Per quello che riguarda il mio specifico approccio alla “conduction” utilizzo il “Protocollo OEOAS”. Tale protocollo ha una lunga gestazione: esso deriva inizialmente dalla tecnica di “conduction” di Lawrence D. “Butch” Morris, pioniere di questo metodo di “improvvisazione strutturata” o “composizione istantanea”, con il quale ho operato come componente della sua orchestra. Successivamente, per anni ho condotto, girando in Europa e America, una moltitudine di orchestre. Personalizzando e modulando sempre più quella tecnica di conduzione in direzione dei miei specifici interessi: in particolare per la volontà di integrare massicciamente musicisti elettronici nell’organico orchestrale. Nel 2014, con la nascita dell’Orchestra Elettroacustica Officina Arti Soniche – OEOAS, quell’insieme di segni che negli anni avevo approntato è stato ulteriormente raffinato e sviluppato collettivamente (uno sviluppo che ancora continua). Solo da qualche anno abbiamo deciso di chiamarlo “Protocollo OEOAS”. Con la nostra grande orchestra che si è talvolta esibita superando le cento unità, e che ne conta come iscritti più di trecento, è nata la necessità di poter elaborare una gestualità capace di comunicare con precisi organici strumentali, ma anche con ogni suo singolo componente. Grazie ad un ampio nucleo stabile di quest’orchestra e la sua disposizione ad ospitare anche nuovi musicisti che di volta in volta si propongo per un specifico evento, e magari all’ultimo momento, abbiamo sviluppato una sorta di gestualità che si muove su due piani distinti: uno complesso e ricco di sfumature, l’altro essenziale e aperto. Approfittando dei tanti concerti, e delle tante prove fatte, abbiamo potuto elaborare gesti utili per creare complesse trame orchestrali, delle quali abbiamo potuto verificare la loro efficacia sul piano del risultato sonoro e musicale.

Per maggiori informazioni sul concerto del 2 novembre, cliccare qui.
Per il programma integrale del Tempo Reale Festival 2019 “BORDERSCAPE” Y, cliccare qui.

Di cosa parliamo quando parliamo di “conduction” ultima modifica: 2019-10-01T09:19:34+00:00 da Luisa Santacesaria

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