Lo strano caso di Ursula Bogner: frequenze per zittire il silenzio della musica elettronica tedesca

di Johann Merrich*

Nell’ultimo ventennio, l’industria musicale indipendente e i nuovi media hanno posto le basi per la riscoperta delle gesta di alcune pioniere dell’elettronica, divenute oggi nomi celebri della ricerca musicale; ristampe di album misconosciuti, playlist, blog e comunità virtuali hanno contribuito a stimolare curiosità tra gli ascoltatori, dando impulso a indagini e investigazioni. La comunicazione digitale ha giocato un ruolo decisivo in questo processo, conferendo maggior velocità e un più ampio raggio d’impatto alla diffusione delle informazioni, superando così i tempi e i risultati della storiografia ufficiale.

Grazie a numerose ricerche ed eterogenee pubblicazioni, molti Paesi possono oggi dirsi fieri custodi delle opere – e delle memorie – di quante contribuirono alla costruzione del linguaggio elettronico. Giorno dopo giorno, la concezione di una storia della musica elettronica forgiata dall’esclusiva presenza maschile si sgretola sotto la scure lucida dei nastri magnetici: dall’Inghilterra al Giappone, passando per Canada, Danimarca, Francia, Stati Uniti, Italia e America Latina, emergono dagli archivi i testimoni insindacabili dell’ininterrotta presenza delle donne anche in questo particolare ramo dell’espressione culturale.

Le molteplici e variegate esperienze, che si riscontrano in quasi tutti i continenti, ci spingono naturalmente a supporre che quasi ogni Paese abbia accolto a suo tempo almeno una compositrice attiva durante la primavera elettronica. Certamente, in questa riflessione si dovranno tenere da conto i livelli di progresso tecnologico e avanzamento culturale propri di un luogo in un dato periodo: non c’è dubbio alcuno che in qualche regione del globo l’esperienza della musica elettronica non si sia per nulla sviluppata o si sia avviata con notevole ritardo rispetto agli altri Paesi. Ciò detto, il silenzio tombale di alcuni Stati suscita nelle menti di chi ricerca un interrogativo in grassetto: perché la Germania, patria dell’Elektronische Musik, non può vantare la sua celebre pioniera elettronica, nota ai pubblici quanto lo sono Eliane Radigue, Teresa Rampazzi, Delia Derbyshire, Pauline Oliveros, Bebe Barron, Daphne Oram o Else Marie Pade? A questo quesito deve aver pensato anche Jan Jelinek, artista elettronico a capo dell’etichetta Faitiche che pubblica nel 2008 il primo lavoro di Ursula Bogner: Ursula Bogner – Recordings 1969-1988.

Ursula Bogner è un’operazione artistica dal valore notevole: è un personaggio d’invenzione, uno stratagemma ben orchestrato che ancor oggi attrae e inganna innumerevoli – e ignari – ascoltatori. Cercando il nome di Bogner nel web, i curiosi si immergono immediatamente nella trappola della finzione abboccando spesso all’amo, come pesci in un torrente. Non ci sono motivi per non credere alla sua storia: nata a Dortmund nel 1949 e morta a Berlino nel 1994, Ursula Bogner lavorava nell’industria farmaceutica Schering e nei ritagli di tempo, negli anni Sessanta, aveva trovato modo di coltivare la sua passione per la sperimentazione elettronica. Le sue produzioni si perfezionarono grazie ai seminari di Herbert Eimert che Bogner ebbe modo di seguire. Affascinata dalle teorie dell’accumulatore di energia di Wilhelm Reich – l’orgone – Bogner importò qualche concezione esoterica nei suoi lavori musicali per nastro magnetico che incrociavano tal volta scienza e misticismo. Nonostante il suo amore per il suono elettronico, decise di non esibirsi mai in pubblico.

Jan Jelinek, racconta così la sua preziosa scoperta:

“It seems almost incredible that Ursula Bogner’s musical talents should have remained undiscovered until now. It was on a flight to Vilnius that I met Sebastian Bogner, Ursula’s son, who told me he was on a business trip for a pharmaceutical company. The usual small talk soon led to the topic of his mother Ursula, who also ‘liked to play around with synthesizers’, albeit purely on an amateur level and in a dedicated music room fitted especially for this purpose in the parental home. Among her acquaintances, it was simply considered one of her many eccentric hobbies and not paid a great deal of interest. At a cursory glance, Ursula Bogner’s life seemed simple and bourgeois to the core: a pharmacist, wife and mother, firmly ensconced in a detached house. A setup that made her obsession with electronic music all the more bizarre, an obsession that drove her to build her own studio for extensive recording and experimentation”.

Dopo la pubblicazione del primo disco di Bogner, la produzione musicale dell’artista tedesca fu accolta da importanti festival, come CTM (2011) o Mutek (2012), attraverso le performance di Jelinek e Andrew Pekler. Nel 2011, il geniale progetto fu rivelato al pubblico sotto la lente d’ingrandimento di Mark Richardson, autore per la rinomata rivista Pitchfork. Richardson aveva recensito Sonne = Blackbox, nuova raccolta di musiche di Bogner, smontando l’impalcatura a sostegno della storia di questa pioniera, accusando altri giornalisti di essersi inventati fantasiose narrazioni sul passato di Bogner. Il Bogner phenomenon non era null’altro se non un esperimento di arte multimediale con componenti musicali, testuali e performativi orchestrati da Jelinek e Pekler: la nuova raccolta di Bogner era abbinata a un libro di centotrenta pagine che esplorava i concetti di identità, proprietà e genere unitamente al tema della trasmissione delle informazioni nei media contemporanei.

Autorevole studiosa e musicologa impegnata nelle questioni di genere, Frances Morgan scrisse, lapidaria, nel suo articolo “Pioneer Spirits, new media representation of women in electronic music”:

“Jelinek’s project was an ironic comment on the attraction of the underground electronic music collector to the female pioneer trope, the implication being that had he released the same music under his own name it would have met with less attention”.

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img © Eeviac

Organizzatrice di suoni, Johann Merrich si occupa di ricerca e sperimentazione elettronica. I suoi progetti in solo ed ensemble – presentati a Santarcangelo Festival (2018) e alla Biennale D’Arte di Venezia (Padiglione Francia, 2017) – sono stati accolti come opening da artisti quali Zu, Teho Teardo, Mouse on Mars, Roedelius ed Evan Parker. Direttore artistico della netlabel electronicgirls, dal 2018  fa parte assieme a eeviac de L’Impero della Luce, duo dedicato alle sonorità dei campi elettromagnetici. Nel 2019 ha pubblicato per Arcana Edizioni il libro “Breve storia della musica elettronica e delle sue protagoniste”. A partire dal mese di maggio 2019, propone per musicaelettronica.it una nuova visione della storia della musica elettronica.

https://soundcloud.com/johann-merrich
http://johannmerrichmusic.wordpress.com/

 

Lo strano caso di Ursula Bogner: frequenze per zittire il silenzio della musica elettronica tedesca ultima modifica: 2020-05-18T19:35:40+02:00 da Luisa Santacesaria

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